Il filo di cashmere dalla Mongolia alla moda di lusso europea
↖ Darkhan, Mongolia (2025). Aiutato dai vicini, Buyandelger Erdenetsogt seleziona il cashmere raccolto durante una giornata di lavoro. I prezzi, decisi dagli intermediari, rendono il reddito incerto e spesso legato ad un meccanismo di debiti.
↑ Undurshireet, Mongolia (2025). Oyun Tsevelmaa, responsabile della cooperativa Shireet Khugjil all’interno della recinzione che protegge una piccola porzione di terreno comunitario dal sovrapascolo. Si tratta di un esperimento su piccola scala per dimostrare come il suolo si rigenera se lasciato a riposo.
© Daniela Sala
↖ Arkhangai Province, Mongolia (2025). Un gregge di capre sperduto lungo la strada durante una tempesta di neve primaverile. La domanda di cashmere spinge gli allevatori mongoli ad allevare più capre, meno resistenti al freddo della steppa e più dannose per il suolo.
↑ Ulaanbaatar, Mongolia (2025). Un macchinario della fabbrica Khanbogd per il lavaggio del cashmere grezzo, primo passo di una filiera intensiva, attiva 24/7 e solo in parte tracciabile.
© Daniela Sala
Il cashmere è parte di una filiera globale che collega le steppe mongole alle capitali europee della moda di lusso. La Mongolia è il secondo produttore mondiale dopo la Cina e fornisce oltre il 40% della fibra grezza globale. Negli ultimi trent’anni, il numero di capre nel Paese è passato da 7 a 22 milioni, contribuendo al degrado del 76% dei pascoli e all’avanzare della desertificazione.
Nelle steppe della Mongolia centrale, tra le montagne della provincia di Arkhangai, migliaia di capre pascolano su terreni sempre più impoveriti. All’inizio della primavera, il suolo, un tempo ricoperto di vegetazione, resta brullo ed esposto al vento. Per molti pastori, oggi, l’incertezza non dipende solo dal clima: sono soprattutto i prezzi del cashmere a determinare se una stagione porterà guadagno o nuovi debiti.
In risposta alle pressioni del mercato, nel 2015 è nata la Sustainable Fibre Alliance, una certificazione sostenuta da grandi marchi del lusso che promette un “cashmere sostenibile”. Ma dietro questa promessa emergono numerose contraddizioni: ottenere la certificazione richiede procedure complesse e investimenti difficili da sostenere, mentre i benefici economici per i pastori restano limitati. La tracciabilità della fibra continua inoltre a essere parziale.
L’inchiesta racconta un sistema in cui il valore si concentra ai vertici della filiera. I marchi europei pagano solo pochi dollari in più per il cashmere certificato e rivendono poi i prodotti a centinaia o migliaia di euro. Nel frattempo, lə allevatorə continuano a convivere con debiti, pascoli degradati e inverni sempre più estremi. Più che una soluzione, la certificazione finisce per legittimare un modello che continua a scaricare i costi ambientali e sociali sulle comunità che da generazioni abitano la steppa.
↖ Ulaanbaatar, Mongolia (2025). Nello stabilimento Khanbogd, il cashmere viene lavorato in ambienti umidi con macchinari attivi continuamente per separare le fibre più pregiate.
↑ Ulaanbaatar, Mongolia (2025). Operaiə della fabbrica Khanbogd puliscono il cashmere sotto luce UV, rimuovendo tutte le impurità prima della lavorazione.
↓ Darkhan, Mongolia (2025). Dugersuren Lkhagvasuren si riposa durante la pettinatura delle capre. Con la moglie si occupa di oltre 800 animali, per sostenere l’istruzione dei figli.
© Daniela Sala
Il team
Aïda Delpuech • giornalista
Sara Manisera • giornalista, FADA Collective
Daniela Sala • fotogiornalista, FADA Collective
Come è nata l’inchiesta
L’inchiesta sul cashmere in Mongolia si inserisce nell’interesse di FADA Collective per il greenwashing e nasce dalla volontà di indagare filiere globali spesso opache e caratterizzate da forti squilibri di potere.
Nel 2024, una fonte ha contattato il collettivo condividendo informazioni rilevanti sulle criticità della filiera e sulle distorsioni legate ai sistemi di certificazione. A partire da queste prime evidenze, Daniela, Sara e Aïda, collega francese, hanno deciso di avviare un’indagine più strutturata. Dopo aver raccolto ulteriore documentazione e verificato alcune informazioni chiave, il team ha presentato un progetto al Journalismfund Europe, ottenendo un finanziamento che ha permesso di lavorare all’inchiesta per oltre sei mesi.
Il lavoro si è sviluppato anche attraverso un’intensa fase sul campo. A maggio 2025, il team ha trascorso cinque settimane in Mongolia insieme a una collega locale, che ha scelto di rimanere anonima per ragioni di sicurezza. Questa fase è stata fondamentale per documentare dall’interno le dinamiche della filiera, verificare i meccanismi di tracciabilità e indagarne le opacità. Attraverso decine di interviste a pastori, intermediari, aziende ed espertə del settore, oltre alla raccolta di documenti e testimonianze, l’inchiesta ha ricostruito un sistema complesso in cui le promesse di sostenibilità si scontrano con la realtà quotidiana di chi produce la materia prima.
↖ Darkhan, Mongolia (2025). Arches Khosbayar gioca tra gli agnelli. Padri e madri lavorano per garantire un futuro allə figliə, spesso mandatə a studiare in città.
↑ Darkhan, Mongolia (2025). Dopo una lunga giornata, Buyandelger raduna il gregge prima di andare in città a vendere il cashmere raccolto.
© Daniela Sala
Dove si legge, guarda o ascolta
Mediapart, 17 dicembre 2025
New Lines Magazine, 10 dicembre 2025
IrpiMedia, 26 novembre 2025
↗ Sfruttare la steppa: il filo del cashmere dalla Mongolia alla moda di lusso europea
Chi ci ha sostenutə
Oltre la pubblicazione
Oltre alla pubblicazione dell’inchiesta su diverse testate internazionali, il progetto ha avuto un’importante diffusione anche attraverso la fotografia documentaria. Una selezione di immagini realizzate durante il reportage è stata esposta al festival internazionale di fotografia “Kolga Tbilisi Photo”, in Georgia, nel maggio 2026, e al principale evento fotografico en plein air in Francia dedicato interamente alle donne fotografe, “Les femmes s’exposent”, a Houlgate, in Normandia, da giugno a settembre 2026.
Queste esposizioni hanno permesso di raggiungere pubblici diversi e di ampliare il dibattito sulle conseguenze ambientali e sociali dell’industria globale del cashmere, portando le storie delle comunità pastorali mongole oltre i tradizionali circuiti dell’informazione.